Il tarassaco

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Nonostante i pareri discordi, il tarassaco (nome botanico: Taraxacum officinale) o “dente di leone” è una pianta davvero benefica: il suo nome deriva dal greco taraxis, ossia “rimedio”, proprio in conseguenza delle sue numerose e notevoli virtù terapeutiche, di cui si è usufruito per secoli.

I medici arabi lo utilizzavano in passato come tonico generale e soprattutto per la salute dello stomaco e appare anche citato in molte ricette mediche del Medioevo. Di certo si tratta di un forte diuretico (ha infatti una forte azione sui reni) e per questo motivo viene soprannominato dai francesi “piscialetto” (che bagna il letto).

Il tarassaco ha un alto contenuto vitaminico, di ferro e di sali minerali in genere ed inoltre, grazie al gas etilene che sprigiona, facilita la maturazione della frutta, fino al punto che molti agricoltori incrementano volontariamente la sua crescita proprio per tale ragione.

Appartenente alla famiglia delle composite, è questa un’erba perenne, con radice lunga e carnosa e foglie roncinate disposte a rosetta. Da febbraio a ottobre dalle radici si forma lo stelo fiorale (alto circa 40 cm) con fiori dal color giallo intenso. L’infruttescenza prende il nome di soffione ed è composta da un globo costellato di semi, che il vento trasporta con sé per la disseminazione. Essa è una pianta molto comune e si può trovare diffusamente nei prati, lungo i bordi delle strade di campagna e persino tra le fessure dei marciapiedi, dal livello del mare fino ad oltre i 1500 metri d’altitudine.

Il tarassaco è ricchissimo di principi attivi e, oltre che diuretico, è colagogo, depurativo e lassativo. Viene impiegato come cibo, come succo o decotto per disintossicare l’organismo e depurare il fegato e i reni, contro l’anoressia, la dispepsia, i calcoli ed il colesterolo; per questi scopi viene consigliata una vera e propria “tarassacoterapia, cioè una cura stagionale che prevede l’assunzione continuata di tarassaco per dieci giorni.

Il succo della pianta viene adoperato anche per schiarire le efelidi ed il decotto per pulire e rassodare la pelle. Nelle comunità rurali di circa un secolo fa, con le foglie e la radice si rendevano amare le birre d’erbe; inoltre, la radice si arrostiva, si essiccava e si  schiacciava, per essere usata come un sostituto del caffè (senza, ovviamente, caffeina), come la cicoria. Le radici vanno raccolte da giugno a settembre e, prima di essere fatte essiccare, occorre lavarle bene e tagliarle a fettine; le foglie, invece, vanno raccolte da ottobre ad aprile.

In gastronomia è molto usata per il suo sapore piacevolmente amaro; è una pianta da insalata particolarmente preziosa d’inverno, e si può anche cucinare come gli spinaci, preferibilmente mischiata con l’acetosa: le rosette intere, ben mondate, possono anche venir lessate e successivamente passate in padella; la pianta lessata, così come i fiori non ancora schiusi, può essere conservata sottaceto. L’unica avvertenza riguarda il fatto che si sono riscontrate intossicazioni in bambini che hanno succhiato la linfa lattiginosa dai fusti florali.

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